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Delitto di Balsorano, la storia di Cristina Capoccitti
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Delitto di Balsorano: la morte di Cristina Capoccitti e il caso Perruzza

scientifica indossa guanti sulla scena del crimine

Il caso di Cristina Capoccitti, la bambina uccisa a Case Castella di Balsorano nel 1990, e la condanna all’ergastolo dello zio Michele Perruzza, tra sentenze definitive e dubbi mai spenti.

Il delitto di Balsorano è una delle vicende più controverse della cronaca nera italiana degli anni Novanta. Al centro c’è Cristina Capoccitti, una bambina di Case Castella, piccola località del comune di Balsorano, in provincia dell’Aquila.

La sera del 23 agosto 1990 Cristina scomparve vicino casa; il suo corpo venne ritrovato la mattina successiva tra i rovi, a poca distanza dal centro abitato.

Per quell’omicidio venne condannato all’ergastolo lo zio materno, Michele Perruzza. La condanna fu confermata in appello e in Cassazione, diventando definitiva. Ma attorno al caso rimasero dubbi, soprattutto per il ruolo del figlio tredicenne di Perruzza, Mauro, che prima si autoaccusò e poi indicò il padre come responsabile.

Raccontare questa storia significa tenere insieme due piani: da una parte la verità giudiziaria, che ha condannato Michele Perruzza; dall’altra le ombre investigative e processuali sollevate negli anni da giornalisti, difensori e ricostruzioni successive.

Macchina della polizia con sirene
Macchina della polizia con sirene – newsmondo.it

Delitto Balsoraro: la scomparsa di Cristina e la confessione del cugino

La sera della scomparsa, Cristina si allontanò da casa nella piccola comunità di Case Castella. Era una bambina conosciuta da tutti, chiamata anche “Biancaneve” per il suo aspetto chiaro e i capelli scuri. Quando non rientrò, iniziarono le ricerche.

La mattina dopo, il corpo venne trovato in un fossato, in mezzo ai rovi. Gli abiti erano sparsi nei pressi della radura e vicino al luogo del ritrovamento furono individuate tracce di sangue e una pietra macchiata.

Le indagini si concentrarono subito sul piccolo borgo. Gli inquirenti ritenevano che l’autore dell’omicidio potesse essere una persona vicina alla bambina o comunque del posto. In poche ore entrò nella vicenda Mauro Perruzza, cugino di Cristina e figlio di Michele. Aveva tredici anni.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Mauro inizialmente si autoaccusò dell’omicidio. Raccontò una dinamica legata a un incontro nel boschetto con la cuginetta, ma quella versione cambiò rapidamente. Dopo la prima confessione, il ragazzo ritrattò e accusò il padre Michele Perruzza, sostenendo che fosse stato lui a uccidere Cristina.

Quel passaggio segnò l’intera storia processuale. Una vicenda già terribile diventò anche un dramma familiare: un figlio che prima si accusa e poi accusa il padre, una madre chiamata a prendere posizione, un paese convinto di avere il colpevole davanti agli occhi e una bambina morta senza che, da quel momento in poi, il caso riuscisse mai a liberarsi completamente dai dubbi.

L’ergastolo a Michele Perruzza e le ombre rimaste

Michele Perruzza venne arrestato all’alba del 27 agosto 1990. Davanti ai giudici, l’accusa si fondò anche sulle dichiarazioni del figlio Mauro e su elementi raccolti durante le indagini. Il processo di primo grado si concluse con la condanna all’ergastolo. La sentenza fu poi confermata in secondo grado e in Cassazione.

Eppure il caso non si chiuse davvero nella memoria pubblica. Uno dei nodi più discussi riguardò proprio la testimonianza di Mauro. In appello il ragazzo raccontò di avere visto il padre chino sulla cuginetta mentre la stava strangolando.

I giudici gli credettero. Ma anni dopo, in un procedimento parallelo a Sulmona, emersero elementi che alimentarono nuove perplessità: una simulazione avrebbe messo in dubbio la possibilità di vedere chiaramente la scena dal punto indicato, al buio, nell’orario del delitto.

Un altro elemento controverso riguardò uno slip maschile con tracce di sangue della vittima. Secondo ricostruzioni giornalistiche successive, nel processo satellite emerse che quelle tracce non sarebbero state compatibili con Michele Perruzza, ma con il figlio.

La difesa tentò quindi la strada della revisione del processo, ma la richiesta venne respinta dalla Corte d’appello di Campobasso e poi dalla Cassazione.

Michele Perruzza continuò a proclamarsi innocente fino alla fine. Morì nel 2003, mentre era detenuto, senza ottenere la revisione della condanna. Per la giustizia italiana il colpevole del delitto di Balsorano resta lui. Per una parte della cronaca, invece, il caso Perruzza resta una storia segnata da contraddizioni, testimonianze cambiate e dubbi mai davvero cancellati.

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ultimo aggiornamento: 30 Giugno 2026 19:38

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